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Sentenza choc: «La P.A. non paga, ma l’azienda deve versare le imposte»

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La sentenza n. 3292/2019 depositato lo scorso 30 maggio stabilisce che i crediti delle aziende nei confronti delle pubbliche amministrazioni non rientrano tra le cause di forza maggiore previste per giustificare il mancato pagamento di imposte, e quindi non prevedono l’annullamento di sanzioni e i interessi.

A dover versare sanzioni e interessi sarà anche la società che aveva presentato un ricorso dopo non essere riuscita a pagare i propri tributi a causa dei pagamenti tardivi da parte di un’Azienda sanitaria, che nella pratica rappresentava il suo unico cliente e aveva accumulato una quantità ben consistente di crediti insoluti: oltre 3 milioni di euro.

Saggiamente, dunque, la società aveva scelto di pagare i propri dipendenti e tenere in sospeso il versamento dei tributi, essendo questi riconducibili a un proprio creditore. Ma non ha fatto i conti con un sistema illogico che da anni penalizza chi fa impresa invece di dare un aiuto per incentivare la crescita economica.

Così, dopo l’accoglimento del ricorso in primo grado che ha lasciato una speranza di giustizia e buon senso, i giudici di appello hanno restituito una dura realtà, ribaltando la prima decisione e restituendo l’immagine di uno Stato iniquo e prevaricatore attraverso la conferma di sanzioni e interessi.

Secondo la contestata sentenza, la forza maggiore da presentare come giustificazione richiede un elemento oggettivo, con riferimento a circostanze anormali ed estranee all’operatore, e un elemento soggettivo, ossia l’obbligo dell’interessato di premunirsi contro le conseguenze dell’evento, adottando le misure appropriate senza incorrere in sacrifici eccessivi.

Per il collegio regionale, nella fattispecie non sussisterebbe forza maggiore per l’ampiamente prevedibile e sistematico ritardo nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, nonostante il dlgs n. 192/2012 abbia stabilito in 30 giorni il pagamento delle forniture e prestazioni pubbliche e di 60 giorni i pagamenti legati al servizio sanitario, pena interessi di mora, con decorrenza dal giorno successivo alla scadenza prevista.

Ma lo Stato, evidentemente, può sempre disobbedire a sé stesso. Non lo possono invece fare le aziende, che secondo i giudici dovrebbero ormai ritenere normali e prevedibili questi pagamenti insoluti, organizzando di conseguenza il proprio flusso di denaro, magari arrivando alla decisione anticipata di chiudere per fallimento senza nemmeno provarci a dare lavoro e produrre ricchezza.

Al danno e alla beffa, infine, si aggiunge una presa in giro: la sentenza cita persino una responsabilità della società, che non ha dimostrato di aver adottato tutte le cautele possibili e in particolare di non aver ceduto i crediti certi liquidi ed esigibili agli istituti di credito. Come se le banche accogliessero sempre la cessione di un credito, specie nei confronti di chi si concede senza esitazioni la libertà di non saldarlo.

E in tutto questo la politica dov’è? Da anni e di fronte a diversi governi le imprese, attraverso le loro rappresentanze, chiedono un provvedimento per la certezza dei pagamenti, sia da parte della Pubblica Amministrazione che tra privati. E da anni la crisi economica ha fatto morire molte imprese di crediti, anziché di debiti. Ma i partiti sono rimasti a guardare, senza dare ascolto. A far quadrare i conti dello Stato e i tornaconti propri, senza dare un progetto.

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