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Salviamo dal processo le Pmi che non pagano il fisco per necessità

Sergio Passariello
Scritto da Sergio Passariello

Lo Stato non paga ma minaccia il carcere se non incassa. La presa di posizione di Imprese del Sud:
basta propaganda, fare chiarezza su chi sono i veri evasori!

Come usare lo slogan della lotta all’evasione per uccidere le Pmi che non evadono? La risposta arriva dal Decreto Fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020. Gli annunci propagandistici sulla stangata ai grandi evasori, diffusi in questi giorni dal Governo per coprire grandi e piccoli aumenti di imposte, mettono a rischio la sopravvivenza di migliaia di imprese, piccole e medie, mai coinvolte in fenomeni di reale evasione.

Tutto parte dall’abbassamento della soglia di 100 mila euro di debiti col fisco, sopra la quale si aprono le porte del carcere da quattro a otto anni. Va premesso che 100 mila euro di mancati o tardivi versamenti al fisco possono essere raggiunti facilmente non solo dai grandi colossi dell’imprenditoria, ma anche dalla stragrande maggioranza di Pmi italiane che vorrebbero pagare ma non possono, spesso a causa proprio di uno Stato capace sia di mettere in ginocchio i creditori con la propria cattiva condotta, sia di infliggere il colpo di grazia finale. 

La Pubblica Amministrazione ha accumulato insoluti che si aggirano intorno ai 50 miliardi di euro nei confronti delle Pmi fornitrici, costrette a sospendere o dilazionare i versamenti al fisco per pagare i propri dipendenti e, semplicemente, sopravvivere al buco di liquidità generato dal cattivo pagatore che è lo Stato. Anche le imprese, dunque, per costrizione o necessità, diventano cattive pagatrici nei confronti dello stesso cattivo pagatore che le ha messe in difficoltà.

E adesso rischiano pure il processo penale, e il carcere in caso di condanna, nonostante il Codice Penale, all’articolo 54, preveda lo Stato di Necessità con la seguente disposizione: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Sulla base di questa disposizione legislativa, negli ultimi anni sono stati innumerevoli i casi di imprenditori assolti per “necessità” dall’accusa di evasione fiscale. Imprenditori che non hanno frodato lo Stato emettendo fatture false o tramite sovrafatturazione per arricchirsi personalmente. Ma che per ragioni di sopravvivenza hanno aperto un debito con lo Stato nella speranza di riscuotere il credito vantato nei confronti dello Stato stesso, e far fronte nel frattempo alle spese di gestione ordinaria della loro azienda: in particolare per garantire lo stipendio ai propri dipendenti e alle loro famiglie.

La politica minaccia di portare dietro le sbarre chi si indebita col fisco per oltre 100 mila euro in nome della lotta all’evasione, ma senza aver mai chiarito che il vero evasore è colui che froda volontariamente senza dichiarare, e non chi dichiara senza poter pagare. L’Agenzia delle Entrate potrebbe fare delle verifiche sulla ragione del mancato versamento, cercando di recuperare quanto dovuto prima di rinviare a giudizio l’imprenditore. Invece, oggi, alla denuncia dell’Agenzia dell’Entrate non fa seguito un’indagine preliminare accurata in grado di accertare se la distrazione di fondi è riconducibile all’arricchimento personale o a una necessità di sopravvivenza.

Evitare processi inutili eviterebbe il colpo di grazia per migliaia di imprenditori, costretti a far fronte a un procedimento lungo almeno 15 anni attraverso i tre gradi di giudizio, e con il rischio di finire in carcere a causa di una mancata chiarezza legislativa, che rimanda alla discrezionalità dei giudici sulla natura dell’evasione e mette a repentaglio l’uniformità di giudizio in tutta Italia. Ma evitare processi inutili sgraverebbe anche il carico della giustizia italiana, costretta ad aprire un procedimento penale per una serie innumerevole di casistiche risolvibili già in fase di indagine preliminare con un primo accertamento svolto dall’Agenzia delle Entrate.

In conclusione, chi non paga il fisco per necessità non è un evasore. Semmai un cattivo pagatore come tanti. E responsabile di insoluti sempre meno gravi di quelli accumulati dal più grande cattivo pagatore che abbiamo in Italia: la Pubblica Amministrazione, ossia lo Stato. La politica smetta di fare la solita propaganda sulla lotta all’evasione e faccia chiarezza sulla corretta definizione di evasore, prima dell’entrata in vigore di una manovra di bilancio in grado di affossare migliaia di Pmi, e con loro l’economia nazionale”.

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Sergio Passariello

Sergio Passariello

Blogger, consulente aziendale ed imprenditore