Economia

Centralizzazione acquisti: come ti ammazzo le PMI

Il recepimento della Direttiva Europea sugli Appalti è un’occasione straordinaria per misurare la volontà del Governo Renzi di mettere mano sul serio, e non con tagli lineari, alla spending review e utilizzare lo strumento della domanda pubblica per sostenere sviluppo, occupazione, stabilità.

Qualcosa già lo sappiamo: quanto a velocità, Renzi latita. Incredibile a dirsi, sarà veloce su altre questioni, ma su questa proprio no. Già recepita con entusiasmo dal Regno Unito, la discussione sulla Direttiva procede invece a rilento in Italia, la legge delega del Parlamento avendo appena superato lo scoglio degli emendamenti del Senato ed essendo ora destinata a passare alla Camera dei Deputati. Essa deve contenere le linee guida che il Parlamento richiede al Governo di seguire nella scrittura della legge.

Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo messi malissimo: spicca per brillantezza l’emendamento approvato dal Senato

«… tenendo in debita considerazione …. il settore dei servizi sostitutivi di mensa, salvaguardando una specifica normativa generale di settore».

I servizi di mensa nei principi generali a cui si deve ispirare il Governo!

Complimenti, roba da far svenire la povera Commissione europea che aveva chiesto in tutte le salse al Governo italiano di fare, stavolta, la cosa giusta: copiare la Direttiva europea senza aggiungere una riga, garantendo così la stabilità della normativa italiana sugli appalti per i prossimi anni, quella stessa normativa che negli ultimi anni aveva subito più di 100 variazioni, facendola divenire una giungla selvaggia impossibile da attraversare per qualunque impresa, italiana e non, che avesse voluto approcciare il mercato della domanda pubblica italiana. Ma la tentazione era irresistibile ed il Governo Renzi a quanto pare non sembra troppo interessato a governare il dibattito in Parlamento.

Al di là di questo, rimane una questione chiave della legge delega che, se passata sotto il silenzio generale, rischia di lasciare la ripresa strutturale del Paese ad un futuro troppo lontano per poterne apprezzare gli eventuali frutti.

Sto parlando della decisione del Governo italiano di rafforzare il meccanismo della centralizzazione degli appalti, ben noto da tempo (anche se il Ministro Del Rio si è apprezzabilmente pronunciato per un cambiamento – tutto da verificare – di filosofia dalle grandi opere ai piccoli appalti) e presente anche nei principi fissati dalla Legge Delega dove si legge:

“contenimento dei tempi e piena verificabilità dei flussi finanziari anche attraverso adeguate forme di centralizzazione delle committenze e di riduzione del numero delle stazioni appaltanti … con possibilità, a seconda del grado di qualificazione conseguito, di gestire contratti di maggiore complessità e fatto salvo l’obbligo, per i comuni non capoluogo di provincia, di ricorrere a forme di aggregazione o centralizzazione delle committenze di livello almeno regionale per gli affidamenti di importo superiore, rispettivamente, a 150.000 euro per i comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, a 250.000 euro per i comuni con popolazione compresa fra 5.000 e 15.000 abitanti e a 350.000 euro per i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti”

Alla maggiore centralizzazione vengono dunque affidati due ruoli:

  1. quello del controllo dell’informazione sulla spesa pubblica negli appalti, auspicabile soprattutto ai fini della spending review,
  2. quello della crescita della dimensione media delle gare in Italia, meno auspicabile e certamente non da suggerire via legge ma che andrebbe piuttosto lasciato alla discrezionalità d’analisi – pragmatica e concreta, con riferimento alle singole situazioni specifiche di gara – da parte delle stazioni appaltanti.

Certo, stazioni appaltanti competenti e remunerate maggiormente per il loro compito strategico: ma la parola competenza nella legge delega appare solo per i direttori lavori appalti e per le commissioni di gara, senza da un lato spiegare come verrà raggiunta per queste figure ed escludendo dal suo perimetro tutta quella galassia enorme di dipendenti pubblici coinvolti nel processo di acquisto di beni, servizi e lavori.

Il pericolo di una centralizzazione crescente di questo tipo?

Ovviamente quello di distruggere ulteriormente quel germoglio strategico del Paese che sono le nostre PMI, che non possono certamente pensare di partecipare a gare di dimensioni troppo ampie e che invece dagli appalti pubblici, come avviene in tanti Paesi al mondo, potrebbero ricevere quella “protezione” per i primi anni di vita che le permetterebbe di imparare a crescere e divenire competitive per il mercato globale. In Italia, com’è noto, è massimo rispetto a tutti i Paesi dell’area europea il tasso di discriminazione verso di esse negli appalti, misurato dalla differenza tra la quota che le PMI hanno nell’economia nel suo complesso e quello che si aggiudicano negli appalti pubblici.

La legge delega parla delle PMI solo una volta menzionando come di debba lavorare per il:

“miglioramento delle condizioni di accesso al mercato degli appalti pubblici e delle concessioni per le piccole e medie imprese e per le imprese di nuova costituzione, anche attraverso il divieto di aggregazione artificiosa degli appalti”

Poca roba, tanto più se si considera che il divieto di aggregazione artificiosa di appalti può essere aggirato facendo meramente due o più lotti, tipicamente di una dimensione tale da rendere comunque impossibile la presenza delle PMI in gara. Una gara impossibile, come se mettessimo sulla stessa pista di corsa uno Usain Bolt maturo ed un giovane campione mondiale juniores. Un esito scontato che porterà alla fine all’abbandono della corse da parte del giovane futuro talento, per impossibilità di competere vincendo.

Come frenare il rischio enorme della crescente centralizzazione degli appalti in Italia e ottenere piuttosto che “buona centralizzazione” e “piccole imprese” convivano in un circolo virtuoso?

Spetta alla Camera ora modificare questo DL scritto chiaramente da chi non ha gli interessi delle piccole a cuore. Ecco alcune proposte che mi permetto di suggerire:

  • divieto di richiesta di requisiti tecnici specifici sproporzionati e non coerenti con l’oggetto dell’appalto;
  • previsione della presenza di almeno un rappresentante delle piccole imprese presso ogni stazione centrale d’acquisto per la valutazione dei singoli capitolati ai fini della massima partecipazione delle suddette imprese;
  • presenza di progetti formativi e consulenziali che coinvolgano stazioni appaltanti centralizzate e piccole imprese;
  • inserimento nella giustificazione della politica dei lotti della stazione appaltante di un criterio che esamini il miglioramento delle condizioni della numerosità dei lotti nel tempo per la stessa categoria di beni, servizi o lavori;
  • obbligo di pagamento immediato – anche attraverso accordi con la Cassa Depositi e Prestiti – per le piccole imprese con meno di 50 addetti e, per le imprese in subappalto che lo richiedono, anche di anticipi;
  • esistenza di piani di consultazione diretta semestrali per ogni stazione centrale d’acquisto esclusivamente dedicata ai rappresentanti delle PMI.

Altre sono immaginabili. Sarebbe un timido inizio di attenzione alle piccole imprese, all’interno di una cornice di politica industriale che deve smettere di rappresentare esclusivamente grandi imprese, in crisi e non.

A tali misure aggiungeremmo la seguente richiesta, per evitare la cattura da parte delle imprese più grandi di stazioni appaltanti non competenti e/o corrotte:

  • creazione di un albo nazionale, gestito dall’ANAC, dei responsabili unici del procedimento a cui accedere via concorso nazionale specifico, basato su emolumenti salariali legati ad avanzamenti specifici sulla base delle competenze acquisite e della performance raggiunta.

Si può fare, anche se dubito che questo Governo abbia intenzione di lasciarsi “catturare” dalle piccole imprese e da tutto il bello potenziale che esse hanno dentro i loro progetti di sviluppo.

Contributo realizzato dal Professore di Economia Gustavo Piga

Fonte http://www.gustavopiga.it/2015/quel-governo-renzi-disinteressato-alle-sorti-delle-pmi-negli-appalti-pubblici/

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