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lunedì, Dicembre 5, 2022
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L’Ocse boccia il sistema fiscale italiano

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Secondo l’indagine “2019 international tax competitiveness index”, elaborato dall’Ocse,  l’Italia ha il terzo sistema fiscale meno competitivo dei paesi analizzati dall’indice.

Il report descrive di come l’Italia abbia il terzo sistema fiscale meno competitivo e meno efficace con le tasse sugli investimenti e sul patrimonio.

L’Italia è classificata dall’Ocse (su 36 paesi esaminati) al 31° posto per quanto riguarda la tassa sull’impresa, 31° sulle tasse sul reddito personale, 27° sul livello di tassazione sui consumi e 35° sulla tassa per la proprietà.

Una nuova conferma che riflette l’emergenza tassazione in Italia. Le tasse sul lavoro in Italia incidono per il 42,6%, le più alte dei 28 Paesi europei. Molto alta (oltre il 20%) è la quota di contributi sociali pagati dal datore di lavoro, mentre l’Irpef incide appena sotto il 15%, molto vicino alla media Ue.

Altro dato che differenzia l’Italia rispetto al resto d’Europa è la quota dell’Iva nelle imposte sui consumi: incide solo per il 54%, il valore più basso di tutti. In Svezia, al top, incide per il 75%. Significativa in Italia è invece la componente non-Iva sui consumi, perlopiù accise sull’energia.

Per quanto riguarda le tasse sul capitale, le più elevate sono in Francia (52,8%) e Danimarca (37%), ma valori sopra il 30% si trovano pure in Italia, Belgio e Regno Unito.

Per riuscire a comprendere quanto davvero paghiamo in tassazione è necessario studiare e analizzare decine di addizionali locali, deduzioni ed esenzioni.

Bisogna tener conto del nucleo familiare, del settore di occupazione e di moltissimi altri fattori. Il risultato di questa inestricabile situazione, frutto di decenni di piccoli interventi a favore di questa o quella categoria, è – come lo ha descritto l’ex ministro dell’Economia ed ex presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo – «un sistema fiscale incrostato, al collasso, che favorisce chi più ha e ormai non è più né generale né progressivo».

In pratica in Italia, a causa delle tasse, più della metà dei guadagni di imprenditori e liberi professionisti, va nelle casse dello Stato.

Per la fine del 2019, secondo le stime, la pressione fiscale potrebbe tornare ad aumentare sia perché la crescita del Pil è data in frenata da tutti gli istituti internazionali sia a seguito a un possibile aumento del prelievo fiscale.

Per riuscire ad invertire questa situazione di stallo e permettere all’economia di creare benessere con conseguente incremento del PIL occorre che le imprese abbiano più denaro disponibile per investire, sviluppare ricerca, incrementare la comunicazione, la conoscenza dei propri prodotti, internazionalizzare i mercati e consumare.

Occorre attivare quel meccanismo che consiste in un regime fiscale meno oppressivo, investimenti più mirati, esperimenti aziendali, più gettito e migliore capacità di rilanciare il proprio mercato.

Gli insignificanti aggiustamenti proposti ed elaborati nel corso degli ultimi dieci anni non hanno prodotto alcun affetto, generando prospettive e dati negativi dovuti all’appesantimento del debito pubblico a seguito di piani assistenziali, non meritocratici, elaborazioni lontane dal sistema reale delle piccole e medie imprese e riforme economiche generate per rincorrere voti e consenso e non per espandere le opportunità del mercato e dell’occupazione.

Dalle classifiche internazionali elaborate, esistono numerosi paesi da osservare come esempi virtuosi. 

Come prima della classe, sempre secondo il “2019 international tax competitiveness index” di Ocse, ritroviamo l’Estonia, seguita a ruota dalla Nuova Zelanda, dalla Lettonia e dalla Lituania. Anche l’isola di Malta ottiene un ottimo posizionamento. 

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