sabato, Settembre 19, 2020

L’economia marittima chiede il suo Ministero

Emerge l'importanza di un Ministero per l'Economia del Mare per implementare l'economia marittima della nostra Penisola.

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L’Italia deve puntare sull’economia marittima e su una strategia navale degna di tale nome. Il recente rapporto pubblicato dalla Fondazione Fare Futuro, intitolato “Rapporto Italia 20.20 sull’interesse nazionale“, e dedicato ad una serie di analisi sui principali dossier dell’interesse italiano, dalla demografia alla politica industriale, dall’organizzazione dello Stato alla politica internazionale, dedica una particolare attenzione alle infrastrutture marittime, all’economia marittima e ai trasporti navali. Il rapporto, pubblicato con la collaborazione dell’ex Ministro degli Esteri Giulio Terzi dedica un’intera sezione all’idea di un “Ministero per l’Economia del Mare“.

Secondo gli analisti della Fondazione, diretta da Adolfo Urso, risulta incredibile come quest’asset strategico della penisola sia stato relativamente trascurato per anni. L’economia del mare si sviluppa in svariati settori che vanno dalla filiera ittica alla cantieristica, dall’industria delle estrazioni marine alla movimentazione di merci e passeggeri, ai servizi di alloggio e ristorazione, alle attività sportive, educative e ricreative, senza dimenticare, il settore della ricerca e della tutela ambientale che include le attività di ricerca e sviluppo nel campo delle biotecnologie marine e delle scienze naturali legate al mare, insieme alle attività di regolamentazione per la tutela ambientale e nel campo dei trasporti e delle comunicazioni.

Un’insieme strategico di elementi che caratterizzano l’economia marittima, un insieme di settori produttivi in cui operano quasi 200.000 imprese e sui occorre lavorare al fine di trovare una strategia unitaria e coerente sull’economia del mare, con un solo Ministero deputato a valorizzare, organizzare e armonizzare tutte le peculiarità di tale settore strategico. L’economia marittima, e più in generale il sistema marittimo italiano, necessita di armonizzare la complessità delle sue articolazioni e lo sviluppo di politiche organiche per tutto il macro- settore. Con l’80 per cento dei confini della nostra Penisola bagnati dal mare, la blue economy costituisce, infatti, una parte molto importante del sistema produttivo nazionale, con circa 200.000 imprese impegnate nella cosiddetta «economia del mare». Una forza imprenditoriale che cresce rispetto al resto dell’economia e che coinvolge anche i giovani (dieci imprese della blue economy su cento sono «capitanate» da under trentacinque), le donne (venti su cento sono a guida «rosa») e gli stranieri (sei su cento).

Analizzando i dati sull’economia marittima, evidenziati dal rapporto, emerge che tale forza lavoro conta oltre 880.000 occupati, pari al 3,5 per cento dell’occupazione complessiva nazionale, mentre dal 2011 al 2017 il numero di lavoratori è aumentato di più 4 punti percentuali, a fronte di una crescita di solo l’1 per cento nel resto dell’economia. Imprenditorialità, produzione e occupazione, a cui va ad aggiungersi la competitività in campo internazionale, perché l’export della cantieristica e quello del settore ittico, nel suo insieme, ha toccato nel 2017 quota 5,1 miliardi di euro. Dati e numeri che per un effetto moltiplicatore devono aggiungersi a quelli dell’indotto relativi alle attività fornitrici, ad esempio, di beni e servizi di input (materie prime e prodotti semilavorati) e a quelle che garantiscono la distribuzione commerciale, servizi di marketing, trasporti, logistica portuale, per cui per ogni euro prodotto dalla blue economy se ne attivano quasi due sul resto dell’economia.

Il futuro dell’Italia è nel mare. Una sfida che fa emergere l’importanza di un Ministero per l’Economia del Mare che riesca a far sviluppare ad implementare l’importanza dell’economia marittima per la nostra Penisola. Considerazioni avallate anche da una parte del mondo diplomatico. L’Ambasciatore Paolo Casardi da sempre pone l’attenzione su come i settori dell’economia, dell’energia, dell’alimentazione e della sicurezza siano tutti grandi snodi della globalizzazione e passano dal mare. Definire gli interessi nazionali e sviluppare strategie marittime e di controllo del mare è di vitale importanza per il futuro dell’Italia.

Domenico Letizia
Domenico Letiziahttps://www.domenicoletizia.it/
Giornalista, scrive per il quotidiano "L’Opinione delle Libertà", e analista economico e geopolitico. Ricercatore e social media manager del “Water Museum of Venice”, membro della Rete Mondiale UNESCO dei Musei dell’Acqua. Responsabile alla Comunicazione per numerose società di consulenza e internazionalizzazione.
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