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martedì, 27 Ottobre 2020

Imprese, fatture e crediti: un problema italiano

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Nuovamente gli analisti economici tornano ad accendere i riflettori sulle difficoltà delle imprese italiane, delle partite Iva e del variegato mondo legato alla fatturazione, al credito, agli investimenti e alla burocrazia aziendale. In Italia il 31,3% delle fatture commerciali è insoluto, poco più della media dell’Europa Occidentale (30%), dove a fare la parte dei virtuosi ci sono gli imprenditori danesi. Infatti, secondo il Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento, quest’anno aumenteranno del 2,7% i casi di insolvenza in tutta l’Europa Occidentale, dopo anni di stabilità, innescando un trend che proseguirà anche nel 2020.

Area di crisi in Italia e le partite Iva riscontrano sempre più problematiche legate alla normativa fiscale, all’impossibilità di ottimizzare le proprie spese e alla mancanza di fondi per intraprendere iniziative di adeguamento tecnologico e processi di digitalizzazione.

I mancati pagamenti negli ultimi due anni hanno fatto segnare un incremento sia della severità (gli importi), sia della frequenza (i numeri). Solo nel 2018 i valori sono aumentati rispettivamente del 36% e 38%. E l’aumento della frequenza non si è fermato nei primi nove mesi del 2019, malgrado il ritmo si sia abbassato (+8%) a testimonianza delle difficoltà nelle transazioni commerciali.

Secondo le analisi dell’ultimo Osservatorio protesti e pagamenti di Cerved, torna a crescere il numero di società con almeno un assegno o una cambiale protestati: tra luglio e settembre sono state protestate 7.656 imprese non individuali, il 7,5% in più rispetto al minimo storico dello stesso periodo del 2017 (-28,6% sul 2016).

Piattaforme per gestire le fatture insolute abbattendo costi e tempi; società di rating per valutare la rischiosità dei propri creditori, assicurazione del credito, cessione del credito, implementazione di network aziendali, cooperazione tra esperti d’impresa e digitalizzazione del settore: sono alcune delle soluzioni che rappresentano una alternativa rispetto all’accesso al credito tradizionale, attraverso i canali bancari.

Altro elemento di analisi che va diffondendosi tra le imprese è l’affidarsi a freelance poiché sinonimo di risparmio. Un ulteriore incentivo per dare opportunità ai giovani professionisti ma ciò non vuol dire di non avere come interlocutore una persona che ha una partita IVA e delle tasse da pagare.

A tale mix, aggiungiamo una perdurante situazione di incertezza che frena gli investimenti aziendali e dunque di finanziamenti bancari a loro supporto, spinge le imprese italiane a ricorrere sempre di più al credito commerciale per il finanziamento del proprio circolante. Da ciò ne può nascere un pericoloso rischio effetto domino che si propaga di azienda in azienda nei momenti di ritardo dei pagamenti o, addirittura, di mancati pagamenti. 

Il nostro paese necessita di profonde riforme nel settore. Urge affrontare e risolvere le preoccupazioni delle partite IVA.

Domenico Letizia
Domenico Letiziahttps://www.domenicoletizia.it/
Giornalista, scrive per il quotidiano "L’Opinione delle Libertà", e analista economico e geopolitico. Ricercatore e social media manager del “Water Museum of Venice”, membro della Rete Mondiale UNESCO dei Musei dell’Acqua. Responsabile alla Comunicazione per numerose società di consulenza e internazionalizzazione.
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