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Il ritardo infrastrutturale toglie all’export 60 miliardi annui

È quanto emerge da un recente focus Censis Confcooperative

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Il ritardo infrastrutturale pesa per 60 miliardi di mancato export. È quanto emerge dal focus Censis Confcooperative “Recovery, Italia ultima chiamata”. Secondo le stime del DEF, una spesa in infrastrutture da 192,4 miliardi entro il 2030 dovrebbe generare un effetto da 666 miliardi e attivare occupazione per 4,2 milioni di persone: è come se si potesse disporre ogni anno di 61 miliardi aggiuntivi di prodotto e 383mila occupati in più.

L’investimento infrastrutturale necessario riguarda gli interventi di trasporto e, in proporzioni più contenute, quelli nel settore idrico e per programmi di rinascita urbana. I risultati di questo “shock da domanda”, concentrato su spese destinate a opere di ingegneria civile, portano a quantificare in: 450 miliardi di euro gli effetti diretti (beni e servizi intermedi) e indiretti sulla produzione (attivando cioè il settore industriale, i servizi alle imprese, i trasporti, il commercio, ecc. nella fornitura di servizi e beni per la produzione); 216 miliardi gli effetti indotti sulla domanda (aumento di consumi di beni e servizi stimolati dalla maggiore disponibilità di reddito attraverso la creazione di nuova occupazione).

Considerando che il 70% delle risorse del Piano verrà destinato a investimenti pubblici, per un valore pari a 156,7 miliardi di euro per il periodo 2021-2026, e provando ad applicare le ipotesi di fondo dell’analisi di impatto svolta dal MEF sull’ultimo Documento di economia e Finanza, lo “shock” da investimento infrastrutturale potrebbe portare a un effetto “leva” di quasi 200 miliardi in sei anni, ai quali aggiungere l’effetto “domanda” di 96,1 miliardi. In totale nel periodo si otterrebbe un incremento del valore della produzione complessiva (valore aggiunto e consumi intermedi) pari a 296 miliardi di euro e 1,9 milioni di occupati attivati (unità di lavoro a tempo pieno).

Sud, digitale e green possono inoltre spingere il Pil dell’11,6%. Investire di più al Mezzogiorno spingerebbe dell’1% il Pil da 7,3 a 8,2%: Considerato il crescente divario fra Centro-Nord e Mezzogiorno cui si è assistito in questi anni, l’opportunità di indirizzare risorse e interventi del Piano alla ricucitura dei destini economici delle due aree del Paese appare quanto mai necessaria. Svimez ha formulato due scenari di ripartizione delle risorse del PNRR rispetto al Mezzogiorno: uno scenario “base”, con un’ipotesi di destinazione degli investimenti pari al 24%, in continuità con quanto è accaduto nel periodo 2014-2019, e uno scenario “rafforzato”, rispetto al quale la quota di investimenti al Sud potrebbe raggiungere il 50%.

L’ipotesi di partenza è l’allocazione all’interno del PNRR di una spesa per investimenti pari a 150 miliardi di euro per il periodo 2021-2026. Dalle analisi effettuate, lo scenario di base porterebbe a un incremento cumulato del Pil nei sei anni pari al 7,3% a livello nazionale e all’8,1% nel Mezzogiorno. Lo scenario “rafforzato” consentirebbe al Mezzogiorno un incremento di Pil a fine periodo dell’11,6%, in sostanza tre punti e mezzo di Pil in più di quelli previsti dallo scenario “base”. Da questa ripartizione delle risorse più favorevole al Mezzogiorno ne profitterebbe l’intero Paese con quasi un punto in più di prodotto interno lordo cumulato fra il 2021 e il 2026, grazie agli effetti indiretti sulla produzione del Nord e alla maggiore resa degli investimenti al Sud rispetto alla dotazione dello stock di capitale.

Giovanni Guarise
Giovanni Guarise
Giornalista professionista dal 2010. Nel corso degli anni da freelance ha dedicato particolare attenzione al mondo della Piccola e Media Impresa con approfondimenti, focus e attività di comunicazione.
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