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venerdì, Gennaio 28, 2022
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Lo smart working dopo l’emergenza riscriverà l’idea di lavoro

Al termine della pandemia, il 54% delle aziende si dice pronto a continuare ad utilizzare lo smart working in modo permanente.

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Molti analisi sostenevano che il fenomeno dello smart working fosse circoscritto all’emergenza sanitaria e che con il cessare delle chiusure e dell’isolamento sociale, l’approccio all’idea di lavoro e la conseguente mobilità legata al posto di lavoro fosse destinata a ritornare all’approccio precedente o a raggiungere cifre irrisorie. Tuttavia, il 54% delle aziende italiane si dice certa che ricorrerà allo smart working anche dopo la pandemia, in misura permanente. E la readiness media delle aziende a sostenere uno smart working permanente si attesta al 56% dei lavoratori coinvolti contemporaneamente. Lo rivela la nuova survey realizzata da Fondirigenti (Quick survey “Smart Working 2.0” – Marzo 2021), il Fondo interprofessionale per la formazione continua dei dirigenti promosso da Confindustria e Federmanager.

Lo smart working è destinato a crescere e a diffondersi in tutto il contesto italiano, non per l’emergenza sanitaria ma per i vantaggi aziendali che genera per i gruppi industriali, grandi e medi, e per l’approccio sostenibile, a basso impatto ambientale, senza dimenticare il ritorno nei comuni di appartenenza che il fenomeno ha suscitato. Un dibattito destinato a crescere che la politica dovrà affrontare con la dovuta attenzione. Fondirigenti ha inserito il “lavoro agile” tra le priorità strategiche per il 2020.

Al termine della pandemia, il 54% delle aziende si dice pronto a continuare ad utilizzare lo smart working in modo permanente (il 13% già lo adottava prima del Covd-19). Il 42% invece, al momento, ha utilizzato lo smart working solo per fronteggiare l’attuale emergenza sanitaria, mentre solo il 4% non lo ha ancora attivato.

Le più propense all’utilizzo dello smart working anche in tempi post-emergenziali risultano essere le cooperative (86%), gli enti no profit (85%), seguiti dalle aziende private non familiari (58%). Risultati motivati dalla tipologia di attività svolte dalle diverse categorie di organizzazioni coinvolte nella survey, che possono risultare più (nel caso di servizi) o meno, nel caso della manifattura tradizionale, semplici da svolgere a distanza. Le Pmi hanno coinvolto un numero maggiore di lavoratori durante il lockdown (61,54%) rispetto alle grandi imprese (53,74%), mentre nella situazione attuale le percentuali di smart worker sono simili tra aziende di diverse dimensioni.

I numeri dicono che l’89% dei lavoratori vorrebbe in futuro poter avere, almeno occasionalmente, un lavoro svincolato dall’ufficio. La sensazione è che ci sia però qualcosa di più profondo in questo desiderio, qualcosa di afferente alla libertà. Quel che i lavoratori chiedono, infatti, è la flessibilità. La recente indagine di Boston Consulting, estesa a 209.000 partecipanti in 190 paesi di tutto il mondo, evidenzia come gran parte dei lavoratori esprima un chiaro favore nei confronti dello smart working, ben più elevato rispetto a quanto non si evidenziasse prima della pandemia. Difficile comprendere i motivi esatti: in parte si tratta probabilmente di un desiderio represso che il lavoro forzato da remoto ha fatto emergere, in parte si tratta di una novità che molti hanno assaggiato per la prima volta soltanto in questi mesi. L’effetto è però stato dirompente e oggi la possibilità di poter svolgere almeno parzialmente il lavoro da remoto è visto come un benefit dalla gran parte dei lavoratori.

Nel disegnare la settimana lavorativa ideale, l’opinione prevalente è che si dovrebbero fare 2.6 giorni in presenza e 2.4 a distanza. Attualmente, gli imprenditori risultano la categoria che in termini percentuali svolge gran parte delle proprie attività in modalità smart (76,25%), mentre i più presenti in ufficio sono i dirigenti (40,11% in smart).

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Domenico Letizia
Giornalista.
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