Internazionalizzazione: puntare su Mediterraneo e Africa

Dopo l'instabilità causata dalla primavera araba, quasi tutti i paesi del Nord Africa hanno avviato una grande stagione di investimenti infrastrutturali.

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I Paesi europei che si affacciano nel Mediterraneo si confermano essere sempre più interessanti per le prospettive economiche da intraprendere e per la stagione di grandi opere infrastrutturali che hanno in corso. Le opportunità sono anche di natura commerciale, sia per quanto riguarda i mercati interni di questi paesi, ricordiamo che parliamo di 780 milioni di consumatori, sia quelli dei vicini stati africani. Un esempio viene fornito dall’Egitto con il quale l’Unione Europea è il primo parte commerciale e industriale.

L’emergenza sanitaria ha posto l’urgenza di intraprendere subito politiche comuni nel Mediterraneo e sviluppare ulteriormente gli accordi economici. Con i suoi sedici accordi commerciali che raggiungono più di 107 paesi in tutto il globo e l’avvio dal primo gennaio 2021 del primo nucleo del mercato unico africano con più di 30 stati, molti paesi della sponda sud del Mediterraneo rappresentano un hub perfetto tramite cui le imprese europee possono operare più semplicemente in tutto il contesto africano. Dopo l’instabilità causata dalla primavera araba, quasi tutti i paesi del Nord Africa hanno avviato una grande stagione di investimenti infrastrutturali, accompagnati da interessanti riforme per attrarre investimenti esteri e favorire l’iniziativa privata. A queste si aggiungono le infrastrutture energetiche, con l’obiettivo di incrementare sia la produzione di energia elettrica, anche da fonti rinnovabili, sia la rete di distribuzione smart grid.

La pandemia rischia di bloccare lo sviluppo di questi paesi. A pesare sono soprattutto:

  • Il crollo del turismo, che per molti di loro rappresenta una voce importante del PIL;
  • La contrazione degli scambi commerciali;
  • La riduzione delle rimesse dall’estero che rappresenta una componente fondamentale dei flussi valutari.

A differenza dei paesi dell’Unione Europea, però, le condizioni di partenza sono peggiori. Si tratta di paesi (come ribadito da Fabio Massimo Castaldo, Vice Presidente del Parlamento UE e membro della Delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo), che hanno infrastrutture molto più fragili e che, sotto il peso della crisi, rischiano di collassare. La crisi economica causata dalla pandemia metterà a dura prova la coesione economica e sociale interna di questi paesi, accentuando anche il rischio di radicalizzazione. Per rispondere alla crisi causata dalla pandemia, servono fondi e visione. La ripresa economica, infatti, non sarà immediata e all’inizio sarà trainata da un massiccio aumento dei debiti pubblici. Una situazione che, nei prossimi anni, richiederà l’adozione di interventi importanti di rientro del debito.

Gli accordi preliminari, tra i paesi africani, hanno fissato tra le priorità lo sviluppo di infrastrutture che connettano gli Stati membri con un singolo mercato dei trasporti, con ripercussioni non solo sulle tariffe e la facilità di spostamento degli africani, ma anche sull’adozione di un singolo standard di costruzione per tutto il Continente. I collegamenti ferroviari e stradali tra gli Stati membri sono ancora una rarità e spesso non sono possibili anche perché le strutture di epoca coloniale vanno aggiornate e adeguate alla nostra contemporaneità. Le limitate reti ferroviarie vengono utilizzate per convogliare le materie prime verso i porti in Europa. Spesso queste non possono essere integrate tra loro se non con investimenti difficilmente sostenibili, soprattutto per le economie più fragile. Il risultato è che mentre gli scambi tra gli Stati europei rappresentano il 68% del totale del traffico di merci, in Europa e in Asia sono cresciuti negli ultimi anni fino al 58%, questa percentuale è ferma al 15% quando si parla di commercio tra le varie macro-regioni dei Paesi africani.

Uno scenario che l’UE non può permettersi, sia dal punto di vista della sicurezza, sia da quello dell’economia. L’Italia, in quest’ottica, appare come un Paese che possiede
tutte le caratteristiche utili e favorevoli affinché si possa candidare quale protagonista di spicco nel panorama dei processi volti a creare delle sinergie tra le varie sponde del bacino.

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