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Internazionalizzazione e Covid: il rapporto Ice-Istat 2020

L'internazionalizzazione cambia con la diffusione del coronavirus. Elementi e analisi che emergono con la presentazione del 34° rapporto ICE-ISTAT.

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L’internazionalizzazione e le prospettive dell’export cambiano con l’emergere, la diffusione e la stabilizzazione del coronavirus. Elementi e analisi che emergono con la presentazione del 34° rapporto ICE – ISTAT sull’internazionalizzazione e con l’annuncio, entro fine agosto, da parte del titolare della Farnesina Luigi Di Maio, della messa online del nuovo portale unico sugli incentivi per l’export.  Dopo dieci anni di crescita ininterrotta dell’export e gli importanti risultati del 2019, quest’anno le esportazioni italiane hanno subito una brusca frenata d’arresto a causa della pandemia. Rispetto ai mesi precedenti, a maggio l’export ha ricominciato a crescere, ma sul futuro pesano le incognite legate ai contagi. Tuttavia davanti alla crisi, le imprese che esportano sono più forti e anche per questo il governo ha stanziato oltre 1 miliardo di euro nel Patto per l’export. Le piattaforme digitali sembrano essere un ottimo palliativo momentaneo alla necessità di sviluppare incontri e meeting con le tante realtà economiche e industriali.

Il Ministero ha completato i lavori della piattaforma per le fiere virtuali “Fiera 365” ed è stato già pubblicato il bando D-TEM per la formazione di 100 digital export manager da inserire nelle aziende italiane. Le fiere tornano al centro dell’attenzione del governo. L’ambizione è di cercare di salvare la stagione autunnale, contribuendo ad un parziale aumento delle entrate, in modo da mettere i meccanismi e le strutture legate alle fiere al riparo da attacchi da parte di altri paesi competitori.

Entro fine settembre, inoltre, si dovrebbe concludere la più grande gara di comunicazione mai avviata per sostenere le eccellenze italiane nel mondo. Sono 50 i milioni di euro che saranno investiti su campagne personalizzate per paese, per promuovere il Made in Italy e più in generale il “vivere all’italiana”, puntando attraverso tale metodologia a concepire uno strumento per rilanciare anche il turismo. Dal 31 agosto e fino a fine settembre, infine, sarà realizzato un roadshow in ogni regione per illustrare alle imprese gli strumenti a sostegno dell’internazionalizzazione. La campagna avrà una diffusione a livello globale, con declinazioni “verticali” nei principali mercati di sbocco dell’export italiano. Al momento sono stati individuati 26 paesi target in tre continenti: Europa, Asia e America. I primi destinatari della campagna di comunicazione saranno opinion leader, imprenditori, pubblico giovanile, consumatori ad alto potenziale, da differenziare Paese per Paese.

Un’urgenza di azione dovuta dalla pandemia e alla crisi economica. Il coronavirus ha avuto, secondo l’ISTAT, un impatto sull’economia italiana profondo ed esteso, nel quadro di uno scenario economico internazionale pesantemente negativo. La nota mensile sull’andamento dell’economia italiana evidenzia che i settori più colpiti sono quelli più aperti al commercio internazionale e più rilevanti per il modello di specializzazione italiano: tessile-abbigliamento-pelli (-4,1%), apparecchi elettrici (-4,0%), macchinari (-3,8%), autoveicoli (-3,7%); effetti più contenuti si registrerebbero, invece, per gli alimentari e bevande (-1,9%). Inoltre, per le imprese, nell’immediato futuro, si consiglia di iniziare a investire su rating, sostenibilità e filiere internazionali, anche tramite i finanziamenti SIMEST. Ci vorranno due anni per recuperare i livelli 2019 dell’export italiano. La stima è contenuta nelle pagine del rapporto illustrato dal presidente dell’ICE Carlo Ferro che, nel fare una fotografia dei mega trend in atto e a cui le aziende italiane dovranno agganciarsi ( fra tutti è evidenziata l’importanza dell’e-commerce), illustra anche i servizi messi in campo dall’ICE.

Altro punto caldo è poi il Sud. Il contributo delle regioni meridionali all’export nazionale, infatti, si attesta sul 10,3% export e, purtroppo, non cresce da 10 anni. La propensione all’export delle imprese del Sud è la metà di quella nazionale, nonostante alcune aree di eccellenza nel campo dell’internazionalizzazione come l’automotive, il vino o l’aerospazio. Un’Italia a due velocità e che con il diffondersi della crisi sanitaria rischia di dividere ulteriormente, creando un divario territoriale e sociale all’interno della nostra Penisola sempre più difficile da ricucire. La buona notizia è che il potenziale di crescita dell’export delle aziende meridionali si attesta sui 17 miliardi di euro. Una cifra ragguardevole che l’ICE vuole contribuire a raggiungere anche grazie ad una serie di strumenti ad hoc per le imprese del Sud come il Piano export Sud. Ripensare l’idea di impresa e di export è l’imperativo categorico della prossima stagione autunnale.

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Domenico Letizia
Giornalista.
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