giovedì, Luglio 2, 2020
Economia Birra, crollano le vendite. Colpa dell'aumento delle accise

Birra, crollano le vendite. Colpa dell’aumento delle accise

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Filiera riunita oggi a Roma per dire no al nuovo incremento previsto per gennaio. Le imprese: “Lo Stato non ci guadagna quel che spera. E le conseguenze sull’occupazione sono devastanti”

ROMA – “Birra, e sai cosa bevi! Meditate gente, meditate”, recitava trent’anni fa Renzo Arbore in un celebre spot. E il noto showman è sceso di nuovo in campo a fianco dei produttori, questa volta però per sostenere AssoBirra nella sua campagna (#salvalatuabirra) contro l’aumento delle accise previsto a gennaio, provvedimento che rischia di mettere in ginocchio l’intera filiera. Della questione si è discusso oggi a Roma in un convegno dal titolo “La filiera italiana della birra. Ridurre la pressione fiscale per continuare a creare valore e occupazione”, alla presenza di Assobirra, Confagricoltura, Confimprese e Fipe-Confcommercio.

Già la scorsa estate – la stagione ‘privilegiata’ per il consumo di questa bevanda alcolica – le vendite di birra sono crollate del 26%. Un calo, secondo quanto riportato da uno studio di Ref Ricerche per Assobirra, dovuto al peso delle accise, aumentate in base a una decisione del governo Letta. E che subiranno un ulteriore incremento dal 1° gennaio 2015. Un mercato, quello della birra, che da 10 anni non vede crescere i suoi consumi e che ora, con questi valori in picchiata, subisce un peggioramento della situazione. Il settore vale 3,2 miliardi, garantisce 136mila posti di lavoro e conta oltre 200mila imprese. Secondo lo studio, se le accise italiane a gennaio anziché aumentare si attestassero a livello di Germania (4 volte inferiori alle nostre) e Spagna (3 volte inferiori), il settore sarebbe in grado di generare 20 posti di lavoro al giorno, per un totale di 7000 a fine anno.

Del resto, che il settore della birra abbia un effetto positivo sull’occupazione lo dimostrano anche altri dati. Si stima che 1 posto di lavoro in questo settore ne generi 24,5 nell’ospitalità (bar, ristoranti, alberghi), 1 nell’agricoltura, 1,3 nella supply chain (imballaggio, logistica, marketing e altri servizi) e 1,2 nella distribuzione (Gdo e dettaglio): “Intervenire oggi sull’aumento del 1° gennaio 2015 vorrebbe anche dire – spiega Alberto Frausin, presidente di Assobirra- tutelare un prodotto che rischia di pagare un grave svantaggio competitivo rispetto agli altri produttori europei: basti pensare che con questo ulteriore innalzamento delle tasse su un ettolitro di birra a Roma si pagheranno 38 euro mentre e a Berlino 9”.

La birra pesa infatti in maniera rilevante sul fatturato dei pubblici esercizi: secondo dati Fipe-Confcommercio in media il 12% degli incassi vengono garantiti da questa bevanda, ma si arriva anche al 20% per i bar serali e addirittura al 43% per i bar/birrerie. L’italia resta il mercato con i maggiori volumi di import di birra (pari a 6milioni e 175mila ettolitri nel 2013), complice anche “una competizione fiscale sleale – continua Frausin – da parte di vari paesi europei, fondata su norme nazionali poco rigorose sulla denominazione del prodotto che permettono di commercializzare a prezzi molto competitivi prodotti di minor qualità (le birre low cost tutte acqua e poca sostanza, ndr.), che rischiano di mettere fuori mercato gli operatori italiani”.

“Anche per questo – continua Frausin – è importante che il governo Renzi intervenga, perché la scelta di questo ingiusto aumento va a colpire la competitività del nostro prodotto, che resta l’unica bevanda alcolica da pasto su cui grava l’accisa (da noi non pagano le accise le bevande alcoliche che rappresentano il 65% dei consumi di alcol, ndr). Ma quando si incrementano le imposte il prezzo della birra sale, si riducono i consumi e, come dimostra lo studio del Ref anche lo Stato non ci guadagna quello che ha programmato”.

Magri guadagni per lo Stato. Infatti “le accise sulla birra – spiega Fedele De Novellis, coordinatore della ricerca Ref – si traducono in un innalzamento del prezzo pagato dal consumatore, a parità di prezzo praticato dall’impresa. L’incremento dei prezzi si traduce in una diminuzione delle quantità vendute, tanto maggiore quanto più elastica al prezzo risulta la curva della domanda. Questi effetti ‘indesiderati’ delle forzature del mercato indotte dalle politiche fiscali di aumento continuo delle accise avranno perciò un impatto diretto e importante sull’introito atteso dallo Stato: a fronte dei 177 milioni preventivati, ne arriveranno appena 116. Ai quali vanno però sottratti ulteriori 48 milioni, effetto negativo in termini d’introito fiscale per il calo del PIL causato dalla flessione dei consumi. Quindi alla fine lo Stato si ritroverà ad aver incassato solo 68 milioni di euro effettivi, ben il 62% in meno di quanto sperato”.

Mentre l’effetto depressivo di questi aumenti sull’occupazione, soprattutto giovanile, resta: “Fino a oggi – conclude Frausin – abbiamo già bruciato, con i primi 2 aumenti, 1.200 posti di lavoro in settori strategici come l’industria alimentare, l’agricoltura, la distribuzione, bar e ristoranti. Ma siamo ancora in tempo a fermare l’ultimo aumento previsto a gennaio, salvaguardando in questo modo la fonte di reddito di 1.200 famiglie italiane. 100.000 italiani sono con noi, hanno firmato la nostra petizione e ci chiedono di andare avanti: #stopaumentoagennaio è il nostro slogan e continueremo a spingerlo e sostenerlo fino a quando non verremo ascoltati”.

I trend di consumo. Secondo uno studio Ipsos-Assobirra la birra è la bevanda alcolica preferita dagli under 54 e nell’80% dei casi viene bevuta ‘a pasto’, quindi in modo responsabile e secondo uno stile di consumo che definiamo ‘mediterraneo’, ossia senza eccessi e in maniera consapevole.

fonte: www.repubblica.it

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