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lunedì, Giugno 21, 2021
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Le conseguenze della Brexit sulle esportazioni del food italiano

Attraverso una capillare politica di penetrazione commerciale si può continuare a svolgere la propria azione economica e di export nel Regno Unito.

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I dati sulle esportazioni agroalimentari italiane nel Regno Unito post Brexit iniziano a circolare e producono dibattito. Dal 1 gennaio 2021 l’assortimento e la quantità di food italiano si è ridotto e i consumatori britannici iniziano a guardare con attenzione al fenomeno. Il Belpaese è uno dei principali fornitori alimentari del Regno Unito: dai mercatini ai grandi supermercati, da Tesco a Sainsbury’s. Le difficoltà, attese e previste, della Brexit, con i controlli alla frontiera e i rallentamenti, per camion e treni, hanno fatto crollare l’export alimentare italiano: -38,3% anche se il food italiano è molto ricercato. Il rincaro della spesa è la conseguenza della difficoltà delle merci importate ad arrivare nel Regno Unito. Il dato è stato calcolato dalla Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel mese di gennaio 2021, il primo dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

L’alimentare è il primo settore di export del Made in Italy in Inghilterra, come volumi, anche se in termini di controvalore è prima la meccanica e l’industria. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea penalizza anche le esportazioni UK: le importazioni in Italia da Oltremanica sono affondate addirittura del 70%. In testa ai gusti degli inglesi c’è il vino, con il prosecco leader indiscusso; al secondo posto tra i prodotti italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono le passate di pomodoro e la pasta, a seguire il formaggio, con Grana Padano Parmigiano Reggiano. L’alimentare è la voce dell’export problematico più perché i problemi alle frontiere si trasformano automaticamente in ritardi, e i ritardi sono il peggior scenario per i prodotti deperibili.

La burocrazia porta anche maggiori costi e più scartoffie per le aziende: un aggravio ulteriore per il Made in Italy. “Il flusso di export alimentare italiano è sparpagliato tra migliaia di piccoli produttori, aziende dove il peso degli extra costi è maggiore. Paesi dove l’alimentare si concentra in grandi gruppi hanno strutture interne in grado di gestire l’extra aggravio. Il nanismo dell’economia italiana non aiuta“, scrive lo storico quotidiano economico italiano “Il Sole24Ore“. In Inghilterra il settore dell’agroalimentare incide sul 26% del totale delle importazioni.

Sono molte le procedure che dallo scorso gennaio in poi si devono affrontare per riuscire ad esportare oltremanica numerose eccellenze agroalimentari italiane ed europee. E questo preoccupa non poco. Essenziale è comprendere l’importanza dei percorsi di accompagnamento nel mercato strategico britannicoL’azione di comunicazione e promozione è essenziale per la penetrazione nel mercato britannico. Analizzando il mondo del food, importate è ricordare che il Regno Unito importa il 90% del proprio fabbisogno alimentareI consumatori manifestano un crescente interesse verso i settori salutari, biologici e tracciati ma non bisogna sottovalutare l’importanza commerciale di piatti pronti e prodotti surgelati. Attraverso una capillare politica di penetrazione commerciale si può continuare a svolgere la propria azione economica e di export nel Regno Unito, ma risulta necessario rivedere le politiche commerciali e di comunicazione nel Regno diversificando la propria strategia e affidandosi alla buona consulenza.

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Domenico Letiziahttps://www.domenicoletizia.it/
Giornalista, scrive per il quotidiano "L’Opinione delle Libertà", e analista economico e geopolitico. Ricercatore e social media manager del “Water Museum of Venice”, membro della Rete Mondiale UNESCO dei Musei dell’Acqua. Responsabile alla Comunicazione per numerose società di consulenza e internazionalizzazione.
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