Lavoro Professioni

Non perdiamo gli antichi saperi

Sergio Passariello
Scritto da Sergio Passariello

scritto da Giulia Cortese – legnostorto.com

Nell’arco degli ultimi anni abbiamo assistito, in Italia, a un lungo confronto sul tema del marchio Made in Italy. In passato, quest’ultimo è stato utile nel rimarcare la differenza fra un modello industriale di matrice “fordista”, che è tipico delle grandi economie mondiali, e un modello industriale come quello italiano, che ha una forte tradizione nell’artigianato e nella cultura dei territori.

Eppure l’artigianato, così come l’agricoltura, ha bisogno di marchi e riconoscimenti inclusivi: per potersi proiettare in un mondo globalizzato, è fondamentale l’utilizzo di linguaggi nuovi, in modo da poter incontrare e sapersi fondere con culture diverse dalla nostra. I fermenti culturali di questi anni dimostrano che esiste un interesse globale per un nuovo riconoscimento del valore del lavoro artigiano: ne è un esempio il movimento dei makers negli Stati Uniti, il quale è attualmente organizzato attorno a numerosi eventi e riviste di settore. Se l’Italia ambisce a diventare un punto di riferimento in una cultura del lavoro specifica a livello mondiale, è necessario saper promuovere attività di ricerca, marchi ed etichette riconoscibili. Un esempio da seguire è quello di Slow Food, brand che promuove la cultura del cibo in Italia e nel mondo, senza mostrarsi troppo legato al territorio e alla cultura nostrana. Ha dato prova di essere un brand capace di includere tradizione diverse e di saperle “tenere unite” tra di loro, usando un linguaggio aperto e universale, adatto ad affrontare le sfide della globalizzazione.

Negli ultimi tempi, il nostro Paese ha cominciato a comunicare e a promuovere il lavoro artigianale in modo nuovo, ad esempio con il padiglione italiano all’Expo di Shangai, dove si è potuto apprezzare il successo riscosso dallo spazio dedicato all’artigianato: qui vi è stata la compresenza di grandi imprese italiane consolidate nel mondo, come la Ferragamo, e di numerosi laboratori artigiani di eccezionale qualità. Un ruolo importante in questo scenario lo ha giocato la rete, la quale ha “internazionalizzato” il nostro modo di essere e la nostra tradizione, allargando di molto l’orizzonte geografico dell’agire dell’impresa artigiana. Per questo, riconoscerne l’importanza significa innanzitutto mettere da parte le tante contrapposizioni tra la piccola e la grande impresa. Il vantaggio competitivo dei nuovi artigiani deriva nella maggior parte dei casi dalla capacità di trovare un ruolo all’interno delle catene globali a livello internazionale. Il lavoro artigiano rilancia la sua competitività quando attiva, completa o arricchisce le filiere industriali; il nuovo artigiano, in poche parole, non compete più con l’industria, ma diventa parte integrante di catene del valore a cui contribuisce con la sua specificità. I tempi odierni, per fortuna, offrono anche opportunità, che compensano in parte le numerose sfide a cui siamo costretti, come Paese e come continente, a far fronte.

A partire da quest’anno, per esempio, i nostri artigiani avranno la possibilità di partecipare alla fiera ImportShopdi Berlino, la quale rappresenta, per le imprese e per le istituzioni italiane, un’occasione per entrare nel mercato tedesco. Dice Astrid Steuerwald, responsabile marketing e comunicazione della Camera di Commercio italiana per la Germania – ufficio di Berlino: «Il pubblico tedesco conosce molto bene lo stile italiano, apprezza la creatività e il lavoro che sta in ogni oggetto fatto a mano». Parole che dovrebbero essere d’incoraggiamento per le numerose persone volenterose e di talento che desiderano farsi strada, anche fuori dai confini nazionali. Tuttavia, diversamente da un tempo, la formazione del nuovo artigiano non gode ancora di istituzioni qualificate. È stata a lungo trascurata l’istruzione tecnica e professionale dell’artigiano, che fosse in grado di creare una figura al passo con i tempi.

È necessario avviare al più presto una serie di corsi di eccellenza che sappiano attrarre giovani talenti di tutto il mondo, interessati ai mestieri artigianali e alla cultura italiana. Le varie scuole dovrebbero costituire una Ivy League dell’artigianato che sia in grado di offrire un’offerta didattica di carattere generalista, che varia a seconda delle diverse vocazioni territoriali. Qualora si riuscisse a rilanciare la formazione artigiana, il lavoro manuale nella società italiana verrebbe rivalutato su tutti i fronti, e l’economia del Paese non potrebbe che beneficiarne.

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Sergio Passariello

Sergio Passariello

Blogger, consulente aziendale ed imprenditore

1 Commento

  • Alla buon’ora, meglio tardi che mai. Questo argomento dovrebbe avere ridondanza nazionale affinchè molte menti deviate da opinioni erratamente classiste rivedano la posizione del vero artigiano, quello manualmente creativo che utilizza tecniche antiche e/o tradizionali, capaci di ridare il piacere del bello a talvolta artistico oggetto decorativo per interni, esterni o da indossare. Altrochè solo gran dottori e diplomati di niente…ma ci vorrebbero dei volumi per sviscerare questo argomento! Grazie per aver rotto questo profondo, ignorante silenzio.