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giovedì, Luglio 29, 2021
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Comprare Italiano? Certo, ma quanto ci costa?

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La nuova crisi mondiale generata dal diffondersi della pandemia del 2020, il coronavirus, pone delle domande sull’attuale sistema economico nazionale e sull’idea del “Made in Italy”, soprattutto per la domanda interna.

Valorizzare le eccellenze e i prodotti italiani è un requisito fondamentale per far comprendere l’importanza di tali “frutti” alla cittadinanza, far comprare “italiano”. Tuttavia, sussistono enormi problemi legati al costo della tassazione e quindi al costo eccessivo del prodotto finale che diviene troppo oneroso per le famiglie italiane. Tentiamo di comprendere la problematica approfondendo alcuni punti chiave. Il Made in Italy, quello vero, quello che rispetta i metodi della lavorazione di qualità, non è chiuso nelle mani delle grandi multinazionali.

Ci sono numerose aziende, seppur piccole e nascoste, che producono prodotti di eccellenza e di qualità. Tutte queste realtà, ogni giorno, rischiano di chiudere. Rischiano di non farcela di fronte al mercato globale che propone, costantemente, alternative meno costose. Colpa della concorrenza? No! Colpa del costo del lavoro e della tassazione troppo elevata.

Analizziamo anche i meccanismi “antropologici”. Il rapporto commerciale è una relazione sociale, creare relazioni all’interno di un territorio, significa aiutarsi a vicenda, essere solidali e poter vivere di quella stessa solidarietà. In termini di filosofia politica possiamo definirlo come un neo-mutualismo di matrice liberale. Ciò non avviene per gli adempimenti fiscali e per l’eccessiva burocrazia. Piccole imprese e lavoratori autonomi subiscono una pressione fiscale di ben 4,4 miliardi di euro superiore a quella delle aziende di grandi dimensioni.  Nel 2018 i lavoratori autonomi e le piccole imprese hanno versato al Fisco 42,3 miliardi di euro. Un contributo importante nonostante la dimensione ridotta, pari al 53% dell’imposizione fiscale dell’intero sistema produttivo. Tutte le altre imprese, nonostante siano di medie e grandi dimensioni e riuscirebbero a gestire gli elevati costi della contribuzione “meglio” del piccolo imprenditore, hanno contribuito solo per il 47%, avendo versato 37,9 miliardi.

Una somma di fattori che potrebbe portare le aziende più piccole, spina dorsale della nostra economia, a situazioni di insolvenza, spingendole addirittura fuori dal mercato. I consumatori, notando i prezzi, non riescono a comprare italiano.

La pressione fiscale per le imprese ha ormai superato il 60%. Una percentuale così alta che lo Stato si può definire socio di maggioranza di ogni azienda italiana. Un socio che gode degli utili fino a che l’azienda è sana e che l’abbandona non appena questa si trova in difficoltà. Un socio che per saziare le sue pretese utilizza l’Agenzia delle entrate con le sue cartelle esattoriali.

L’Italia è il Paese, assieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Dai dati presentati recentemente dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), in Italia sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute, per completare tutte le dichiarazioni dei redditi e per presentarle e infine per effettuare il pagamento. In Francia sono necessari solo 17 giorni, mentre la media dell’area dell’Euro è di 18 giorni.

Per comprare italiano e valorizzare autenticamente il Made in Italy, occorre innanzitutto esercitare una vera rivoluzione liberista, abbassare le tasse, liberare il potenziale creativo dei piccoli imprenditori e sviluppare un piano di comunicazione e valorizzazione per le piccole imprese che faccia comprendere l’importanza dell’ingegno e del talento italiano. Il piccolo imprenditore deve digitalizzare la propria imprese e comprendere l’importanza del marketing contemporaneo, ma per far ciò deve essere libero di investire, di crescere e di sperimentare. Per poter svolgere tale azione deve sentirsi fuori dalla gabbia dello stato fiscale e dall’oppressione del fisco per nulla “amico”.

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